La filosofia dello sviluppo

Aver recuperato idee “antiche” della teoria economica e aver convinto l’elettorato che grazie a quelle idee sarebbe stata la leader più adatta per salvaguardare il futuro del Regno Unito. E’ stato questo il tratto più rivoluzionario di Margaret Thatcher, sostiene l’economista italiano Vito Tanzi, cresciuto accademicamente negli Stati Uniti e per 20 anni direttore a Washington del Dipartimento affari fiscali del Fondo monetario internazionale. Tanzi nel 1974 ha iniziato la sua carriera che lo ha portato ai vertici della maggiore organizzazione economica internazionale, e oggi ritiene che per comprendere la “filosofia dello sviluppo” della Lady di Ferro sia indispensabile approfondire “le dinamiche economiche e intellettuali” di quella fase storica.
15 APR 13
Ultimo aggiornamento: 07:57 | 21 AGO 20
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Aver recuperato idee “antiche” della teoria economica e aver convinto l’elettorato che grazie a quelle idee sarebbe stata la leader più adatta per salvaguardare il futuro del Regno Unito. E’ stato questo il tratto più rivoluzionario di Margaret Thatcher, sostiene l’economista italiano Vito Tanzi, cresciuto accademicamente negli Stati Uniti e per 20 anni direttore a Washington del Dipartimento affari fiscali del Fondo monetario internazionale. Tanzi nel 1974 ha iniziato la sua carriera che lo ha portato ai vertici della maggiore organizzazione economica internazionale, e oggi ritiene che per comprendere la “filosofia dello sviluppo” della Lady di Ferro sia indispensabile approfondire “le dinamiche economiche e intellettuali” di quella fase storica. Sulle prime c’è poco da dire, erano disastrose: “L’inizio degli anni 70 fu caratterizzato da una recessione generalizzata, causata soprattutto dagli choc petroliferi che fecero schizzare il prezzo di questa materia prima. Contemporaneamente anche l’inflazione arrivò a livelli inauditi. Addirittura il Regno Unito non aveva mai visto nella sua storia salire i prezzi ai livelli raggiunti nel 1970”. I governi di quel periodo cercarono di arginare la crisi “con politiche keynesiane, perciò i debiti pubblici presero a salire. Ma senza risultati apprezzabili”. Sugli sviluppi intellettuali,invece, Tanzi ricorda che “quelli furono i tempi delle prime reazioni intellettuali allo status quo.
Economisti come Robert Lucas, Milton Friedman ed Edmund Phelps – tutti e tre vincitori del premio Nobel – sfidarono ciascuno qualche aspetto fondamentale dell’impianto teorico keynesiano predominante. La teoria di Phillips, per fare un esempio che ancora oggi viene studiato all’università, secondo la quale si poteva creare più impiego lasciando aumentare l’inflazione, fu sconfessata. Nelle principali università americane, però, il keynesismo rimaneva l’ideologia dominante”. Anche all’interno del Fondo monetario, ricorda Tanzi, soltanto negli anni 70 “iniziarono le prime discussioni sulla supply-side economics, l’economia dell’offerta”.
Thatcher intercettò tutto ciò prima di altri leader politici, ma soprattutto riuscì a capire che tali cambiamenti – macroeconomici e ideologici allo stesso tempo – stavano avendo un impatto anche nell’opinione pubblica inglese. “Il Regno Unito all’inizio degli anni 70 si vide costretto a chiedere un prestito al Fondo monetario internazionale, come la Grecia di oggi – dice Tanzi per rendere l’idea della gravità della ‘British malaise’ – D’altronde il decennio prima era stato ben rappresentato in un film popolare uscito nel 1959, ‘I’m All Right Jack’, nel quale si descriveva la vita spensierata di un operaio inglese impiegato in un’impresa a proprietà pubblica, e che lavorava il minimo indispensabile. Il 1966, invece, fu l’anno in cui i Beatles scrissero ‘Taxman’, cioè ‘L’esattore’, canzone irrisoria nei confronti di un fisco troppo esoso”. Il testo parla chiaro: “Let me tell you how it will be, There’s one for you, nineteen for me, ‘Cause I’m the taxman, yeah, I’m the taxman”. L’aliquota marginale sul reddito, non a caso, raggiunse l’85 per cento prima dell’arrivo di Thatcher.
La Lady di Ferro proponeva invece all’elettorato un modello del tutto alternativo. “Unì una cocciutaggine estrema, che certo aiuta quanto il tuo punto di vista è ‘ideologico’, a una ‘ideologia’ innovativa e di buon livello teorico”. Tanzi, che dopo il dottorato a Harvard rimase negli Stati Uniti, salvo una breve parentesi al ministero dell’Economia a Roma nel 2001, conobbe a fondo Alan Walters, primo consigliere economico di Thatcher e negli anni 70 professore all’Università Johns Hopkins. “Era un ottimo divulgatore e dialogava con la Thatcher sui temi economici prima che lei diventasse primo ministro. Per alcuni anni mantenne questo ruolo non ufficiale di consigliere. Ciò gli attribuiva più libertà e potere, il che infastidiva molti nell’entourage del Partito conservatore inglese”. Walters, insomma, fu uno di quelli che mise in contatto la conservatrice inglese, laureata in Chimica, con il fermento intellettuale degli economisti anti keynesiani. “Thatcher decise per esempio che lo strapotere dei sindacati nelle relazioni industriali e nelle decisioni di politica economica andava drasticamente ridotto. Poi introdusse di fatto nel dibattito pubblico l’opzione delle ‘privatizzazioni’ o ‘denazionalizzazioni’, mentre dalla Seconda guerra mondiale in poi si parlava solo di nazionalizzazioni”. (segue dalla prima pagina)
Continua Tanzi: “L’abbassamento delle imposte fu un’altra ricetta fondamentale, non solo di quelle sul reddito ma anche sulle imprese. Per recuperare risorse, tolse tutti gli incentivi pubblici alle aziende”. Poi certo nel 1981 arrivò Ronald Reagan alla Casa Bianca e tutto divenne più facile. “Ma fondamentalmente, con la sua traduzione politica della supply-side economics, la rivoluzione thatcheriana consistette nel tornare al periodo pre-keynesiano, al Joseph Schumpeter della ‘distruzione creatrice’ per esempio – dice l’economista – Intendiamoci: l’idea che il governo potesse aiutare in periodi di crisi straordinaria non l’aveva inventata Keynes, riaffiorava di tanto in tanto sin dall’800. L’economista inglese contribuì però ad affermare il concetto di ‘moltiplicatore’ che è alla base del ragionamento per cui aumentando il debito pubblico si può aumentare la domanda in maniera sistematica e rilanciare il pil”. La “distruzione creatrice” schumpeteriana partiva da presupposti che non potevano essere più diversi: “L’individuo e l’imprenditore al centro”, non lo stato, e la capacità di innovare e investire come leva dello sviluppo, invece di welfare e domanda pubblici. Con la formula della “distruzione creatrice”, non a caso, si possono sintetizzare anche gli effetti politici delle scelte thatcheriane: scelte divisive per eccellenza, che a breve ebbero un impatto “distruttivo” in termini di aumentate disoccupazione e disuguaglianza, ma che nel medio periodo “crearono” ricchezza e mutarono volto al paese.
Cocciutaggine e carisma di Thatcher contribuirono alla sua fortuna politica, ma anche alla fine della sua parabola. “Una volta il primo ministro portoghese, Aníbal Cavaco Silva (attuale presidente della Repubblica, ndr), mi raccontò che secondo lui fu un italiano a incrinare la carriera politica del premier inglese: Giulio Andreotti – ricorda Tanzi – Durante un vertice europeo, infatti, lei continuava a opporsi solitaria a ogni soluzione di compromesso. A un certo punto il premier italiano, invece di cercare la solita mediazione, propose di inserire una nota a piè di pagina per registrare il dissenso di Londra. Quasi tutti i ministri inglesi, quando lei tornò in patria, la accusarono di estremismo”. Poi c’è il caso della Poll tax, un’imposta pro capite dall’importo fisso: “L’idea che se vuoi un governo devi pagare una quota fissa, uguale per tutti senza distinzione di reddito, può essere sostenuta teoricamente. Anche perché è la tassa più idonea a evitare evasione ed elusione. Ma dal punto di vista politico era evidente che fosse insostenibile per ragioni di equità. Eppure Thatcher si batté per approvarla, perdendo definitivamente consenso”.
Tanzi, che sulla crisi ha scritto un libro piuttosto controcorrente, “Government versus Markets” (Cambridge University Press), nel quale descrive tutti i modi in cui gli stati hanno “illuso” i cittadini indebitandosi, non è convinto dalla tesi che ci siano Thatcher e le sue politiche di deregulation dietro l’attuale crisi finanziaria ed economica, come ha detto tra gli altri l’ex premier Romano Prodi: “La storia e i numeri dicono che il Regno Unito è diventato un modello di sviluppo per gli altri paesi, dopo che soltanto pochi anni prima dell’arrivo di Thatcher aveva dovuto chiedere aiuto finanziario al Fmi. Come ha fatto? Essenzialmente passando da una politica di stampo ‘socialistico soft’ in stile Prodi, con annessa ricerca del consenso a tutti i costi, a una politica più liberista in stile Thatcher-Reagan, dirompente ma perlomeno creativa”.